roberto giusti

FRA L’OCCHIO E LA MANO


La pittura di Roberto Giusti


Mentre le tecniche di riproduzione delle immagini sconvolgono la pittura e, in un clima alessandrino da basso impero, la relegano nella nostalgia dei musei, lo sguardo sull’arte moderna diventa sempre più incerto. Si moltiplicano maldestri i tentativi di stupire: con le infinite variazioni sull’invisibile della pittura astratta, con le illusioni del fotorealismo, con il gesto della body art, con lo scritto del concettuale. In questi giochi linguistici che, in modo insipido o vistoso, aspirano alla pura essenza o alla verità, ogni estetica diventa un’ermeneutica. E sono i critici e i mercanti che spesso fanno i quadri. Al di fuori delle mode e del mercato, l’arte di Roberto Giusti è ancora quella antica: sa di trementina e insegue l’ombra e la luce con mille velature; stabilisce rapporti di corrispondenza visiva e salda nell’attualità della percezione e della riflessione ciò che si è acquisito. Per contro, la peculiare attualità di questa scelta iconica sta nell’indicare “l’oltre”: non celebra l’assenza, ma uno stare insieme, che solleva la soggettività a una comunanza quasi sacrale. Ruotato l’asse della trascendenza di novanta gradi, lungo l’orizzontale che unisce il cielo al mare e alla terra, il pittore inscrive le sue figure alla ricerca della parola perduta e fornisce loro una polisemia che alimenta e impegna l’attività dell’occhio e della mente: il libro e il filo a piombo; la corda tesa e la fanciulla; la valigia e l’ex-voto; la mantide, il gallo e l’uovo. Queste metafore oculari, non descrittive, alludono alla mutevole e fluttuante labilità delle relazioni tra gli oggetti e operano connessioni tra ciò che fu scisso: in un “processo” ove ogni elemento non è mai puro perché ha vita e significato solo rispetto a un altro elemento. Tra l’occhio e la mano si configura uno sguardo cosmopolita che, con volontà d’ibridazione, occupa lo spazio mediano che separa e, in uno sforzo di conciliazione, sviluppa la ricchezza degli spazi interstiziali. Perché non siamo esseri pensanti per il solo fatto di aprire gli occhi.


                                                                                                                         Giovanni Casa



Quando trionfa l’inverno della cultura, per dirla con Jean Clair, non resta che ritornare alle cose “permanenti e fondamentali”. La pittura di Roberto Giusti decostruisce il linguaggio figurativo odierno e, attraverso recuperi illuminanti e scansioni simboliche che hanno la grazia dei fatti naturali, ci riporta in un universo che, se non ordinato, dell’ordine almeno non ha smarrito la speranza e la sapienza costruttiva. Se, del resto, il rischio delle immagini, nelle dinamiche del mondo attuale, è quello di un loro dominio esclusivo, che non lascia cittadinanza alcuna alla ragione critica, quest’avventura pericolosa, questa fascinazione di Medusa, è fugata dalla presenza, sulla tela di Giusti, del segno, del dato, del simbolo, e, insieme, dello sguardo che tutti li raccorda e, raccordandoli, conferisce loro una nuova prospettiva. Poiché tutto è, nel villaggio globale, figura e iconicità, occorre una pittura che sappia astrarre non dalla realtà, ma dalla propria tentazione di esaurirne o di eluderne la complessità. Per questa via, l’opera figurativa di Roberto Giusti, mentre rivendica uno sguardo vigile, dove la realtà è indissociabile dall’interpretazione della realtà, mantiene la leggerezza sorridente dell’ironia, la pacatezza cordiale di uno occhio solidale col mondo e col proprio desiderio di comprenderlo. Il gallo, il mare, le figure scomposte o lievi nell’aria tersa, le tartarughe e il pavimento a scacchi, la valigia, i gabbiani in fuga, i libri e i labirinti, ci ricordano che conta forse meno la realtà pulsante, indistinta, caotica e pietrificante, dell’occhio che la vede, la interroga e la possiede. Solo uno sguardo “indiretto”, solo un connubio tra l’occhio e la mano, salva dal veleno di Medusa.

                                                                                         

                                                                                                                             Marco Veglia

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